mercoledì 25 aprile 2018

R, Resistendo

Sei in un periodo della tua vita in cui ti senti oberata, oppressa. Tra traduzioni da portare a termine, docenti che sono in attesa di scrutinarti, magari vomitando tutto il loro livore contro di te, anello debole di quella catena alimentare di disumanizzazione chiamata accademia, arriva un giorno in cui puoi, almeno nell'arco di quelle ventiquattr'ore, importi di uscire dalla spirale distruttiva ed autodistruttiva nella quale ti costringi da tempo nel miraggio di una futura realizzazione, tua e dell'amore platonico ed incondizionato per una disciplina. Che stai ancora aspettando.
È Aprile. I sentieri sono odorosi di polline, l'erba non è più terrosa e non ancora gialla. Un verde in cui non ci si stanca mai di immergere lo sguardo. Quella montagna-non-montagna che ha intersecato la tua vita innumerevoli volte; un habitat che forgia una particolare forma di uomini. Di donne. Di pensieri. Dove la vita si rifrange e metamorfosa secondo una combinazione che sei in grado di riconoscere all'istante, talmente in intima connessione con te da non poter articolare a parole, imbastire definizioni e descrizioni. 
Non sei l'unica. Quelle sedimentazioni di arenaria vengono percorse da piedi diversi, di diversa taglia ed aderenza. Il riverbero che ti fa dire di appartenere a quella terra entra in risonanza con le onde trasmesse da quei piedi, da quelle gambe, da quegli scheletri ricoperti di muscoli, tendini, pelle, capelli. Onde che hanno una profondità temporale. I sentieri odorosi che seguo sono stati un reticolo di universo settant'anni fa. Giovani che vi trovavano rifugio per costruire qualcosa di diverso.
Lo sa bene una giovane e coraggiosa storica, talmente coraggiosa da non ammetterlo e schernirsi nella sua timidezza, Iara Meloni. Nel suo Memorie Resistenti, cerca di di andare al di là della retorica della memoria preconfezionata in questi decenni, una nenia che talvolta si sente anche in comizi ai quali si partecipa in una giornata che continua ad avere una sua giusta sacralità. Resistenza non erano soltanto guerre di posizione, giovani militari sbandati che hanno riorganizzato le loro forze per combattere i nazi-fascisti. Senza quelle battaglie, ovviamente, non saremmo qui. Resistenza, tuttavia, ci ricorda Iara nella semplicità delle sue parole, ha un significato profondo: come il giornalista Gabriele Del Grande, poco più anziano della sottoscritta, ha sottolineato, resistenza contiene al suo interno la parola esistenza. Resistere significava la costruzione condivisa e compartecipata di nuove forme di esistenza: le dinamiche di genere, improntate al patriarcato imperante di sapore fascista, argomenta Iara nelle sue pagine, vengono completamente scardinate. Nella Resistenza, le donne tessono una nuova antropologia di sé stesse: in cui il binomio gonna e munizioni diviene plausibile. In cui sfamare dei compagni e dormire insieme a loro in spazi comuni esercitano un diverso pensiero su cosa significhi essere donne e quali conseguenze morali derivino da questo rifacimento dell'esistenza femminile. 
Quel laboratorio sociale che è stata la Resistenza risuona nella parole di Lidia Menapace: una donna che, proprio perché una delle fautrici di quel processo metamorfico dell'umanità, colpisce per l'estrema modernità del suo pensiero. L'Europa che propone non sfigura neanche lontanamente con le teorie di partecipazione popolare del belga David van Reybrouck: Europa è un'idea, una prassi, uno stile di vita che unisce la gente invece di irregimentarla secondo il contenitore dello Stato-nazione e della fiscalità del capitalismo-liberismo di questo secolo. Europa è costituita da ognuno di noi, secondo l'apporto prezioso ed unico dato dalle nostre singolarità, singolarità che si aprono ad una collettività. Ed ecco che è proprio la specificità di ognuno che definisce un universo di possibilità, di r-esistenza: resistere significa anche, come sostiene Del Grande, passare attraverso forme di narrazione alternative. I politologi esaurirebbero questa riflessione utilizzando parole chiave quali bottom-up, grassroot. Quei ragazzi che percorrevano quei sentieri di arenaria e di forstizia in fiore nei quali amo perdermi avevano compreso la profondità rivoluzionaria dell'autogestione, dell'autodeterminazione. E, soprattutto, la mettevano in pratica. Ancor prima di riempire pagine di pubblicazioni, la propria bocca di termini altisonanti, vincere concorsi o sgomitare per vincerli. 
Resistere significa non accettare quello che ci è fatto passare come "naturale." Significa creare qualcosa di nuovo. Significa trovare le parole, i pensieri per poter inforcare le azioni. Scienziati sociali del contemporaneo parlerebbero, a questo proposito, di ricerca-azione. Dubito che ammetterebbero che il credito di quest'idea sia da attribuire a quella ragazza che ora si trova davanti a me sul palco. A quella bambina che insisteva nel portare i compiti alle compagne Ester e Ruth senza sapere cosa volesse dire ebreo ed ariano in quel periodo storico. Bambina e ragazza che hanno fatto germogliare o che sono compresenti a quella signora dai morbidi capelli bianchi e dalle calze nere. Vedo bambina, ragazza e signora intrecciarsi nelle parole che sto ascoltando. E mi chiedo se quella bambina che amava passare i pomeriggi a divorare romanzi e ad abbracciare alberi sia ancora da qualche parte nella terra che smuovo con i piedi.
Il cambiamento è alla nostra portata. Questo ci dicono i ragazzi di ieri, i signori, le tombe, i prati, le ghirlande e bandiere di oggi. Perché non basta semplicemente ricordare, quello che si deve fare è continuare il laboratorio sociale, creare nuovi sogni


giovedì 5 aprile 2018

Denti

Ti trovi tra le mani dei libri. Li sfogli, li leggi, li assorbi nelle tue micro-dinamiche quotidiane. Vuoi puoi scriverci sopra, far sì che non restino solo sensazioni volatili che, sì, costituiranno parte del tuo essere di domani, ma che non potranno essere circoscritte, definibili. Poi si frappone la vita, le incombenze di ogni giorno e, no, quei giri di frase che ti ispiravano in quel momento passato devono attendere settimane prima di concretarsi. E con il tempo, l'impalcatura delle frasi, le immagini che disvelano si modificano in ogni intima fibra. Diventano altro. E non è detto che quell'altro risponda esattamente alla necessità che avevi e che ancora, sotto sotto, desideri. 
Si può dire che questa dinamica si sia verificata nel caso di due letture fatte nei mesi precedenti. Mi riferisco a Le Assaggiatrici di Rosella Postorino e ad Autunno tedesco di Stig Dagerman. Entrambi comprati secondo dinamiche mie interne che conosco bene e che cerco di assecondare secondo un rituale rassicurante di accumulo di vita ed esperienze altrui che cerco di ingurgitare secondo una modalità bulimica la cui patologia non viene mai, volutamente, medicalizzata. In alcuni recessi della mia mente, più volte esorcizzati, c'è sempre stata una strisciante curiosità nei confronti di quel buio etico/morale che ha annebbiato un intero popolo per quasi un trentennio: cosa spinge determinate persone non solo ad accettare il male, ma ad incarnarlo fino al punto di perdere i propri principi e valori per l'imperativo accecante della conformità rispetto al male stesso? Cosa ha spinto un gruppo di ragazze apparentemente piene di gioia di vivere e di voglia di normalità a prestarsi ad assaggiare pietanze preparate appositamente per l'incarnazione di quel male in modo da salvarlo da tentativi di avvelenamento da parte di persone che, invece, non hanno voluto piegarsi al conformismo? Perché addentare una fetta di torta sapendo che, insieme all'attimo di esaltazione delle papille gustative, si sta incamerando anche una potenzialità di morte? Perché intere famiglie, nella devastazione e nelle ritorsioni che il loro appoggio incondizionato del male ha comportato, hanno continuato a credere di essere dalla parte della ragione? A vivere quelle ritorsioni, quella resistenza al male come un'ingiusta punizione?
Ci si chiede come si possa essere capaci del male... Come sia possibile che parole pronunciate da un officiante religioso rispetto a quel cortocircuito di umanità risultino sensate anche per chi non si riconosce nella religione? In trasmissioni televisive che si dicono laiche? Quelle pagine, così patologicamente necessarie, regalano il beneficio del dubbio rispetto alla realtà nella quale ci troviamo. Una realtà che sembra essere destinata a non imparare dagli errori commessi in passato, al punto che fomentatori di odio e casse di risonanza del male vengono, nuovamente, rielette. Si crede di essersi vaccinati rispetto al male, di non essere come quelle persone che ci hanno preceduti. Di essere migliori, al di sopra delle parti. Ma questa credenza ha una vita precaria: ci si stupisce di rigurgiti di aggressività, di male che divampano nelle situazioni più impensabili dalle persone più insospettabili. 
Come si può fare per far cambiare il decorso del morbo che sembra affliggere ognuno di noi, che ci piaccia o meno? Le pagine che hanno prodotto questa circonvoluzione di pensiero non offrono soluzioni. Sembra che la plasticità della vita abbia sempre la meglio, in una vittoria che non fa altro che confermare l'inerente paradosso dell'esistere. Ci si ciba della torta, fondendosi con i suoi ingredienti: poco importa se il miele dell'impasto possa contenere sostanze letali, risposte sullo stesso tono del male che difendiamo, l'indifferenza e l'impellenza della vita di continuare nonostante tutto hanno la meglio. Si raccolgono le macerie, ci si ricostruisce, arrivando ad indossare le vesti di uno stato con una forte economia ed una politica europea invidiabile. Il paradosso sembra non conoscere un fermo. E si rimane sempre più confusi, con la voglia di perdersi negli universi di altre pagine per non accettare il dato di realtà.




lunedì 26 febbraio 2018

Ethnography as Knowledge in the Arab Region

Che cosa succede quando un ricercatore si trova ad avere un bagaglio esperienziale, fatto di fantasmi e calcinacci, paure ed incubi, traumi e libere associazioni simile o coincidente con quello dei soggetti che osserva? Una precarietà di senso, una diversa organizzazione ed orientamento del mondo: la guerra è un evento extra-mondano, uno sconvolgimento cosmico del quotidiano. Come cercare linguaggi che possano cogliere questa metamorfosi drammatica della realtà e che, al contempo, permettano un fare ricerca, nel senso letterale del termine? In altre parole, le modalità attraverso cui si comprende la realtà disvelano quest'ultima nel loro farsi: non è più immaginabile pensare una divisione 'obiettiva' tra la soggettività del ricercatore e quella del soggetto ricercato, dell'"oggetto" della ricerca.
Questa riflessione è tanto più vera nel caso del Medio Oriente, in cui spesso il collocarsi del ricercatore non è qualcosa di indolore: si è dentro, dentro fino al collo. Al punto che "such intense and visceral experiences influence the research and allow for a complex interrogation of fear." Complessa, stratificata, a maggior ragione perché l'Altro non è qualcosa che possa essere facilmente distanziato con un'operazione di astoricità, ma è un Altro che ci pervade. Qualcuno parlerebbe a questo proposito di una "intimità culturale" tra il ricercatore e chi entra in contatto con lui: si abita la stessa paura, la si respira contemporaneamente.
Se lo chiedono gli antropologi che hanno curato questa special issue: https://www.tandfonline.com/toc/ycol20/2/1?nav=tocList Nata da un gruppo di lettura con base a Beirut, il numero della rivista cerca di sostanziare le ricerche etnografiche condotte in Medio Oriente da un punto di vista interno, non più come parte di un servizio intellettuale-umanitario dell'Occidente nei confronti di un mondo arabo in frantumi (anche e soprattutto per gli errori ereditati dal primo), quanto un processo di radicale decostruzione di ogni forma di orientalismo per una fenomenologia del vivere in quella regione geografica in questo periodo storico. Operazione che spinge ad interrogarsi ancora una volta sul senso e modo di fare ricerca oggi.

lunedì 19 febbraio 2018

Ritorni

Lunga è la stoffa dei giorni che si è dipanata dall'ultima volta che ho scritto qui. Un'altra pelle, altri occhi e pensieri che faticosamente cercano di rinnovarsi. Un relativismo di universi vissuti, un piede in due scarpe che non accenna a decidersi. La città che avevi lasciato sembra inizialmente offrirsi nelle sue comodità: libri con caratteri che riesci a leggere, una lingua che riesci a capire. Eppure... L'Italia di sei, sette mesi fa non c'è più. Nuovi partiti con nuovi nomi: gente che ti riempe di volantini elettorali mentre passeggi o ti rechi a colloqui di lavoro e qualche politico che pensavi non potesse avere lunga vita rifiorire alla televisione. Lavori che si accumulano e si impilano per cercare di avere un minimo di autonomia, anche se al solo pensiero sorridi in segno di scherno per non votarti ad una sorda disperazione. Buste paga che servono a coprire giusto qualche corso che ti incaponisci a seguire per poter arricchire il tuo curriculum. 
"Non ci hanno insegnato come far fronte al nostro futuro. Per anni a loro non è importato nulla della carriera dei propri studenti, solo riempirsi la bocca di paroloni come "costrutto culturale" e chi più e più ne metta...!", parole di un aperitivo sociale che si rivela essere un grido accorato, una rabbia sviscerale per coloro i quali ricoprono posizioni alle quali ambivamo qualche anno fa, quando avevamo deciso di proseguire con la nostra formazione. Si legge sulle pagine di Internazionale che siamo la generazione più sfruttata e meno riconosciuta: studi olandesi che danno corpo a quello che sappiamo già da tempo. Intanto quel "farsi grandi" che scrivevamo nei temi delle elementari con convinzione sembra molto lontano. Non siamo capaci di vederci in vesti adulte, ci isoliamo in un nostro mondo fatto di libri, e per l'altra metà ci sforziamo di rendere le condizioni presenti migliori, per quanto soffocati dagli innumerevoli impegni presi, perché, sì, non siamo nelle condizioni di dire di no a nessuno."Vivere per lavorare/O lavorare per vivere/Fare soldi per non pensare": ormai anche lo Stato Sociale si presenta a Sanremo e riveste la rabbia di melodie superficiali che servono a dimenticare. Come le patatine e il vino scadente dell'aperitivo sociale, in cui i propri problemi personali sembrano essere condivisi, un sentimento comune.
Intanto la città sembra sempre più svuotarsi di centri di sviluppo culturale e sociale: gruppi ed associazioni chiuse, un malanno già iniziato sette mesi fa e che sembra non accennare a recuperare. Il simbolico della città sembra essere oggetto di accattonaggio da parte di quelli in odor, o forse qualcosa di più, di fascismo, di xenofobia.
Uscendo dal rifugio personale, dall'alcova dei propri vizi segreti, la libreria, ci si scontra con il simbolico: un venditore di colore che ti ferma, puntando sul capitale simbolico del razzismo. Non importa che studi tu abbia fatto, che partito illuminato voti (o sei costretto a votare in mancanza di meglio, piuttosto che cadere nel baratro populista o in un vuoto liberalismo con la parvenza di sinistra), che la tua categoria professionale abbia firmato un documento contro il concetto di razza e l'abbia presentato alla Camera dei Deputati, tu sarai sempre una maschera. Lo diceva Fanon, no? Maschere nere e maschere bianche. Ma invece di un interno bianco in uomini neri che cercano di lavare via l'onta di essere nati nella parte sbagliata nel mondo, uno stato di negazione totale della propria umanità perdurato dal colonialismo, si hanno tante maschere bianche e maschere nere in rotta di collisione. Non sei più una persona, sei un simbolo: di vittima costantemente oltraggiata per le maschere nere, di aguzzino egoista ed ignorante per quelle bianche. Una violenza del simbolico, che non conosce le sfumature, le ambiguità--non guardi a terra perché non vuoi "contaminarti," guardi a terra perché non vuoi essere fermata, non vuoi trovarti in una situazione in cui non sai come comportarti. Non sai cosa fare perché sai già che qualsiasi risposta tu darai rispetto al prodotto in vendita, sarai giudicata nei termini di maschera: dall'altro lato, un essere umano che gioca sulle maschere per potersi pagare da vivere. Condizioni sociali che non conosci del tutto, ma che immagini siano difficoltose e che in parte sono descritte nei rari servizi giornalistici di qualità che riesci ad intercettare. Libri che non hanno alcuna attrattiva e costruiti, con una strategia di marketing, attorno a quel simbolico opporsi di maschere: "Cosa pensano gli immigrati degli italiani", "Imbarazzantismi (al cui interno si trovano battute tese a ridicolizzare butade razziste della peggior specie)", "Cucina africana", "Leggende africane". Libri che non si venderebbero mai al di fuori di quella specifica relazione inter-personale condita da sensi di colpa storici. 
"La cultura non è solo quella," indicando la tua sporta di evasioni dalla realtà che hai deciso di comprare, facendo i calcoli su quanto resta nel conto in banca per tutte quelle cose che devi fare per il tuo curriculum. Giusto, non è solo quella: la cultura dovrebbe essere in grado di non aprire gli idranti di fronte ad una folla di studenti venuti a protestare per l'ennesimo comizio fascista in una delle piazze della città. Cultura sarebbe quella di integrare sul serio le persone, non rendendole maschere di simboli e di crimini storici che non si saneranno mai restando sul metaforico, sulla donazione spinta dal senso di colpa e non da un attivo processo di ascolto. La cultura sarebbe della stessa pasta umana di quel ragazzo seduto a fianco che ti sorregge quando l'autobus caccia una frenata che mette a repentaglio il tuo equilibrio. Un "ciao" e un sorriso prima di scendere, quell'accoglienza che non si aspetta nulla in cambio. Dobbiamo davvero non pensare? Stordirci di vie di fuga? O piuttosto rompere il silenzio e la violenza del simbolico?

venerdì 4 agosto 2017

Phenomenological vibes

Besides true love, there is false or illusory love. This last case must be distinguished from misinterpretations, and those errors in which I have deceitfully given the name of love to emotions unworthy of it. For in such cases there was never even a semblance of love, and never for a moment did I believe that my life was committed to that feeling. I conspired with myself to avoid asking the question in order to avoid receiving the reply which was already known to me; my 'love'-making was an attempt to do what was expected of me, or merely deception. In mistaken or illusory love, on the other hand, I was willingly united to the loved one, she was for a time truly the vehicle of my relationships with the world. When I told her that I loved her, I was willingly united to the loved one, she was for a time truly the vehicle of my relationships with the world. When I was told her I loved her, I was not 'interpreting', for my life was in truth committed to a form which, like a melody, demanded to be carried on.
Ingmar Bergman, A Summer Interlude
It is true that, following upon disillusionment (the revelation of my illusion about myself), and when I try to understand what has happened to me, I shall find beneath this supposed love something other than love: the likeness of the 'loved' woman to another, or boredom, or force of habit, or a community of interests or of convinctions, and it is just this which will justify me in talking about illusion. I loved only qualities (that smile that is so like another smile, that beauty which asserts itself like a fact, that youthfulness of gesture and behaviour) and not the individual manner of being which is that person herself. And, correspondingly, I was not myself wholly in thrall, for areas of my past and future life escaped the invasion, and I maintained within me corners set aside for other things. In that case, it will be objected, I was either unaware of this, in which case it is not a question of illusory love, but of a true love which is dying--or else I did know, in which case there was never any love at all, even 'mistaken'. But neither is the case. It cannot be said that this love, while it lasted, was indistinguishable from true love, and that it became 'mistaken love' when I repudiated it. Nor can it be said that a mystical crisis at fifteen is without significance, and that it becomes, when independently evaluated in later life, an incident of puberty or the first signs of a religious vocation.
Ingmar Bergman, A Summer Interlude
Even if I reconstruct my whole life on the basis of some incident of puberty, that incident does not lose its contigent character, so that it is my whole life which is 'mistaken'. In the mystical crisis itself as I experienced it, there must be discoverable in it some characteristic which distinguishes vocation from incident: in the first case the mystical attitude insinuates itself into my basic relationship to the world and other people; in the second case, it is within the subject as an impersonal form of behaviour, devoid of inner necessity: 'puberty'. In the same way, true love summons all the subject's resources and concerns him in his entire being, whereas mistaken love touches on only one persona: 'the man of forty' in the case of late love, 'the traveller' in the case of exotic appeal, 'the widower' if the misguided love is sustained by memory, 'the child' where the mother is recalled. True love ends when I change, or when the object of affection changes; misguided love is revealed as such when I return to my own self. The difference is intrinsic. But as it concerns the place of feeling in my total being-in-the-world, and as mistaken love is bound up with the person I believe I am at the time I feel it, and also as, in order to discern its mistaken nature I require a knowledge of myself which I can gain only through disillusionment, ambiguity remains, which is why illusion is possible.
Maurice Merleau-Ponty, Phénoménologie de la Perception (English edition)

domenica 30 luglio 2017

La La Land - sformati bruciati ed autocritica generazionale

È una scena che si consuma in un giro di disco, in uno sformato bruciato. Stiamo parlando di La La Land. Una relazione che inizia in un'atmosfera sognante: lui e lei, un obiettivo, diverso ma con modalità simili di affrontarlo. Dopo tante porte sbattute in faccia, il duro confronto con la realtà e con sé stessi.

Questo scambio di sguardi ha uno spessore e una profondità che ti sorprendono. Tanti saggi e tanti analisi non ci sono riusciti con la stessa efficacia. Un musical? Un pamphlet politico? Il lascito di una generazione? La sua imperscrutabilità e inafferrabilità permette un confronto, o, se vogliamo, uno scontro. Da una parte la generazione dei nostri genitori. Anni in cui, è vero, non sapevi se saresti tornato a casa vivo, potevi incappare in una carica della polizia, in un attentato politico, ma con l'idea che tu un posto nella società l'avresti trovato, pur sconquassandola, rivoluzionandola da cima a fondo. E poi ci siamo noi. Noi, che siamo cresciuti con la fine di certi muri e la costruzione di altri, un orizzonte che ci fa credere di essere in tempo di pace, mentre è soltanto una lente molto miope che non ci fa vedere le macchie di sangue intorno. Noi, che arriviamo ai trent'anni senza accorgercene, con cuori infranti sul cammino e sogni nel cassetto violati. Noi, generazione mille euro (quattrocento, in realtà). Noi, cinici fino al midollo. Noi, che ci sentiamo sempre imperfetti rispetto agli altri, fulcro di proiezione delle nostre aspettative e fonte delle pressioni con le quali dobbiamo convivere ogni giorno. E tutto si risolve in una sera d'estate, con una neo-trentenne che ci vede un film generazionale, un film che possono capire solo la generazione dagli anni Ottanta in poi, e una coppia di sessantenni, suoi genitori, che ci vedono, invece, una commedia estremamente americana, votata all'individualismo a discapito dei sentimenti. È tutta qui la differenza: cinico pessimismo, autodistruttività o semplice realismo, da una parte, ragionevole e sudato ottimismo, dall'altra. Una guerra fredda intergenerazionale sobillata da un sistema capitalistico neo-liberista che impedisce un vero e proprio cambio del testimone: non è più l'epoca delle baby pensioni, si lavora fino a quando le forze non sostengono più e, intanto, si lasciano le briciole a chi viene dopo, il quale, comunque, non riesce a trovare sistemi alternativi di affrancamento, in una dipendenza materiale ed immateriale. Noi dipendiamo da loro e loro dipendono da noi.
Un articolo di Slavoj Žižek si parla di La La Land nei termini di una lotta di classe sommersa, tacita, che si esprime attraverso un altissimo indice di introspezione psicologica, di realismo psicologico, come lo definisce Žižek. Un articolo di Christian Raimo mostra--pur non condividendo con lui la superficiale chiusura ottimista sulla scuola italiana--come quest'introspezione psicologica sia quello in cui noi ci rifugiamo. Per un senso di spiccato individualismo, sindrome da figlio unico? Non saprei. E se fosse invece questa spirale di violenza simbolica e concreta che ci infliggono e ci infliggiamo da quando ci siamo laureati? Il fatto di avere, da una parte, la società che ci vedrebbe già accasati, pacificati con noi stessi e con i nostri mostri interiori, dall'altra, un esempio familiare e politico che ci ha trasmesso tutto fuorché stabilità emotiva. Una società che ci etichetta e, al tempo stesso, ci sbarra la strada. "Erano altri tempi". Già. Tempi in cui, certo, facevi la gavetta, ti sudavi il tuo posto, ma con una visione dell'orizzonte nitida. Sapevi dove saresti andato a finire, o, almeno, sapevi che i possibili sbandamenti erano sotto controllo, tutto sommato. Adesso no. Adesso si vive nel qui ed ora. Ed anche i sogni hanno la data di scadenza. Ecco che il progetto di Mia e Sebastian viene compartimentalizzato in una serie di doveri, tra cui inseguire un'utopica stabilità economica.

L'amore ai tempi dell'IKEA. In cui prima o poi bisogna programmare, non ascoltare più il cuore e cercare il più possibile di rimanere a galla. Una curiosità verso l'altro sempre più timida e misurata. Si fanno le cose sotto voce, non credendoci mai in fondo. Sì, è vero, mi sono laureata in xxx, e adesso faccio yyyy, ma allora? Dovrò pur andare avanti, no? Perché ostinarsi in un qualcosa che, sicuramente, sarà fonte di frustrazione? Poniamoci altri obiettivi, non necessariamente giochiamo al ribasso. Ma poi arrivano quelle sere, in cui prendi in mano la tua tisana e ti viene in mente quel viso, quei momenti passati insieme, quella risata. Deglutisci e cerchi di pensare alla situazione di adesso, ai traguardi raggiunti, anche senza quella persona. Traguardi che prima, magari, non avevi neanche. Sono saltati fuori per quale motivo? Non ricordi. Eri troppo impegnata a cercare di contenere il dolore. Quel soffio al cuore che ogni tanto senti ancora, nei momenti più impensabili.
Lo vedo solo io questa dinamica in La La Land? Sono solo io ad avere un dèjà-vu, milioni di telefonate e di conversazioni con amiche ed amici condensate in un centinaio di minuti? Io non ho ancora preso una decisione, per la vita e per La La Land, e forse, sotto sotto, non voglio prenderla. Probabilmente farei come Sebastian: brucerei lo sformato e farei scappare via Mia.