venerdì 4 agosto 2017

Phenomenological vibes

Besides true love, there is false or illusory love. This last case must be distinguished from misinterpretations, and those errors in which I have deceitfully given the name of love to emotions unworthy of it. For in such cases there was never even a semblance of love, and never for a moment did I believe that my life was committed to that feeling. I conspired with myself to avoid asking the question in order to avoid receiving the reply which was already known to me; my 'love'-making was an attempt to do what was expected of me, or merely deception. In mistaken or illusory love, on the other hand, I was willingly united to the loved one, she was for a time truly the vehicle of my relationships with the world. When I told her that I loved her, I was willingly united to the loved one, she was for a time truly the vehicle of my relationships with the world. When I was told her I loved her, I was not 'interpreting', for my life was in truth committed to a form which, like a melody, demanded to be carried on.
Ingmar Bergman, A Summer Interlude
It is true that, following upon disillusionment (the revelation of my illusion about myself), and when I try to understand what has happened to me, I shall find beneath this supposed love something other than love: the likeness of the 'loved' woman to another, or boredom, or force of habit, or a community of interests or of convinctions, and it is just this which will justify me in talking about illusion. I loved only qualities (that smile that is so like another smile, that beauty which asserts itself like a fact, that youthfulness of gesture and behaviour) and not the individual manner of being which is that person herself. And, correspondingly, I was not myself wholly in thrall, for areas of my past and future life escaped the invasion, and I maintained within me corners set aside for other things. In that case, it will be objected, I was either unaware of this, in which case it is not a question of illusory love, but of a true love which is dying--or else I did know, in which case there was never any love at all, even 'mistaken'. But neither is the case. It cannot be said that this love, while it lasted, was indistinguishable from true love, and that it became 'mistaken love' when I repudiated it. Nor can it be said that a mystical crisis at fifteen is without significance, and that it becomes, when independently evaluated in later life, an incident of puberty or the first signs of a religious vocation.
Ingmar Bergman, A Summer Interlude
Even if I reconstruct my whole life on the basis of some incident of puberty, that incident does not lose its contigent character, so that it is my whole life which is 'mistaken'. In the mystical crisis itself as I experienced it, there must be discoverable in it some characteristic which distinguishes vocation from incident: in the first case the mystical attitude insinuates itself into my basic relationship to the world and other people; in the second case, it is within the subject as an impersonal form of behaviour, devoid of inner necessity: 'puberty'. In the same way, true love summons all the subject's resources and concerns him in his entire being, whereas mistaken love touches on only one persona: 'the man of forty' in the case of late love, 'the traveller' in the case of exotic appeal, 'the widower' if the misguided love is sustained by memory, 'the child' where the mother is recalled. True love ends when I change, or when the object of affection changes; misguided love is revealed as such when I return to my own self. The difference is intrinsic. But as it concerns the place of feeling in my total being-in-the-world, and as mistaken love is bound up with the person I believe I am at the time I feel it, and also as, in order to discern its mistaken nature I require a knowledge of myself which I can gain only through disillusionment, ambiguity remains, which is why illusion is possible.
Maurice Merleau-Ponty, Phénoménologie de la Perception (English edition)

domenica 30 luglio 2017

La La Land - sformati bruciati ed autocritica generazionale

È una scena che si consuma in un giro di disco, in uno sformato bruciato. Stiamo parlando di La La Land. Una relazione che inizia in un'atmosfera sognante: lui e lei, un obiettivo, diverso ma con modalità simili di affrontarlo. Dopo tante porte sbattute in faccia, il duro confronto con la realtà e con sé stessi.

Questo scambio di sguardi ha uno spessore e una profondità che ti sorprendono. Tanti saggi e tanti analisi non ci sono riusciti con la stessa efficacia. Un musical? Un pamphlet politico? Il lascito di una generazione? La sua imperscrutabilità e inafferrabilità permette un confronto, o, se vogliamo, uno scontro. Da una parte la generazione dei nostri genitori. Anni in cui, è vero, non sapevi se saresti tornato a casa vivo, potevi incappare in una carica della polizia, in un attentato politico, ma con l'idea che tu un posto nella società l'avresti trovato, pur sconquassandola, rivoluzionandola da cima a fondo. E poi ci siamo noi. Noi, che siamo cresciuti con la fine di certi muri e la costruzione di altri, un orizzonte che ci fa credere di essere in tempo di pace, mentre è soltanto una lente molto miope che non ci fa vedere le macchie di sangue intorno. Noi, che arriviamo ai trent'anni senza accorgercene, con cuori infranti sul cammino e sogni nel cassetto violati. Noi, generazione mille euro (quattrocento, in realtà). Noi, cinici fino al midollo. Noi, che ci sentiamo sempre imperfetti rispetto agli altri, fulcro di proiezione delle nostre aspettative e fonte delle pressioni con le quali dobbiamo convivere ogni giorno. E tutto si risolve in una sera d'estate, con una neo-trentenne che ci vede un film generazionale, un film che possono capire solo la generazione dagli anni Ottanta in poi, e una coppia di sessantenni, suoi genitori, che ci vedono, invece, una commedia estremamente americana, votata all'individualismo a discapito dei sentimenti. È tutta qui la differenza: cinico pessimismo, autodistruttività o semplice realismo, da una parte, ragionevole e sudato ottimismo, dall'altra. Una guerra fredda intergenerazionale sobillata da un sistema capitalistico neo-liberista che impedisce un vero e proprio cambio del testimone: non è più l'epoca delle baby pensioni, si lavora fino a quando le forze non sostengono più e, intanto, si lasciano le briciole a chi viene dopo, il quale, comunque, non riesce a trovare sistemi alternativi di affrancamento, in una dipendenza materiale ed immateriale. Noi dipendiamo da loro e loro dipendono da noi.
Un articolo di Slavoj Žižek si parla di La La Land nei termini di una lotta di classe sommersa, tacita, che si esprime attraverso un altissimo indice di introspezione psicologica, di realismo psicologico, come lo definisce Žižek. Un articolo di Christian Raimo mostra--pur non condividendo con lui la superficiale chiusura ottimista sulla scuola italiana--come quest'introspezione psicologica sia quello in cui noi ci rifugiamo. Per un senso di spiccato individualismo, sindrome da figlio unico? Non saprei. E se fosse invece questa spirale di violenza simbolica e concreta che ci infliggono e ci infliggiamo da quando ci siamo laureati? Il fatto di avere, da una parte, la società che ci vedrebbe già accasati, pacificati con noi stessi e con i nostri mostri interiori, dall'altra, un esempio familiare e politico che ci ha trasmesso tutto fuorché stabilità emotiva. Una società che ci etichetta e, al tempo stesso, ci sbarra la strada. "Erano altri tempi". Già. Tempi in cui, certo, facevi la gavetta, ti sudavi il tuo posto, ma con una visione dell'orizzonte nitida. Sapevi dove saresti andato a finire, o, almeno, sapevi che i possibili sbandamenti erano sotto controllo, tutto sommato. Adesso no. Adesso si vive nel qui ed ora. Ed anche i sogni hanno la data di scadenza. Ecco che il progetto di Mia e Sebastian viene compartimentalizzato in una serie di doveri, tra cui inseguire un'utopica stabilità economica.

L'amore ai tempi dell'IKEA. In cui prima o poi bisogna programmare, non ascoltare più il cuore e cercare il più possibile di rimanere a galla. Una curiosità verso l'altro sempre più timida e misurata. Si fanno le cose sotto voce, non credendoci mai in fondo. Sì, è vero, mi sono laureata in xxx, e adesso faccio yyyy, ma allora? Dovrò pur andare avanti, no? Perché ostinarsi in un qualcosa che, sicuramente, sarà fonte di frustrazione? Poniamoci altri obiettivi, non necessariamente giochiamo al ribasso. Ma poi arrivano quelle sere, in cui prendi in mano la tua tisana e ti viene in mente quel viso, quei momenti passati insieme, quella risata. Deglutisci e cerchi di pensare alla situazione di adesso, ai traguardi raggiunti, anche senza quella persona. Traguardi che prima, magari, non avevi neanche. Sono saltati fuori per quale motivo? Non ricordi. Eri troppo impegnata a cercare di contenere il dolore. Quel soffio al cuore che ogni tanto senti ancora, nei momenti più impensabili.
Lo vedo solo io questa dinamica in La La Land? Sono solo io ad avere un dèjà-vu, milioni di telefonate e di conversazioni con amiche ed amici condensate in un centinaio di minuti? Io non ho ancora preso una decisione, per la vita e per La La Land, e forse, sotto sotto, non voglio prenderla. Probabilmente farei come Sebastian: brucerei lo sformato e farei scappare via Mia. 






















venerdì 7 aprile 2017

Odio gli indifferenti

In queste ore, l'unica cosa che posso dire è di informarsi, di non accontentarsi di quanto viene presentato dai media, da sparuti segni di indignazione sui social, dal clima di generale e totale indifferenza rispetto a morti e sangue che ci riguarda tutti da vicino. Siti come questo aiutano in tal senso. "Odio gli indifferenti", diceva Gramsci. Quell'odio è ancora attuale.

domenica 2 aprile 2017

The beauty of silence

Sradicamento

Cinque Lettere a Mia Madre
Nizar Qabbani

Buongiorno mia bella,                                                                                                
buongiorno mio caro tesoro,
due anni son passati, madre,
da quando quel ragazzo ha preso il mare
ed è partito per il suo mitico viaggio...
Due anni sono passati da quando ha nascosto nella sua valigia
il verde mattino della sua terra,
le sue stelle, i suoi fiumi
e tutti i suoi rossi papaveri.
Due anni sono passati da quando ha nascosto nei suoi vestiti
mazzetti di menta e di timo
e un lillà damasceno.

*

Io sono solo,
il fumo della mia sigaretta è stanco di me
e lo è anche il divano.
La mia tristezza è come un uccello
in cerca di un campo di grano.
Ho conosciuto le donne d'Europa,
ho conosciuto i sentimenti del legno e del cemento,
ho conosciuto la civiltà della stanchezza,
ho viaggiato per l'India, nel Sind e in tutta la Cina,
ma non ho mai trovato
una donna che mi pettinasse i miei capelli dorati,
che tenesse per me nella sua borsa caramelle di zucchero,
che mi vestisse quando ero nudo,
che mi sollevasse ad ogni caduta...
Madre...
io sono il ragazzo che è partito per mare 
ma che desidera ancora le caramelle di zucchero.
E allora, madre, come? Come son diventato padre
senza mai essere cresciuto?
Buongiorno da Madrid,
come sta al-Fulla [varietà di gelsomino]?                                                                            
Prenditi cura di lei come t'avevo raccomandato...
Quella piccola bambina
era il più caro amore di papà,
viziata come una figlia,
la invitava per il caffé,
la dissetava,
la nutriva,
e la ricopriva di grazia.
Papà è morto...
ma lei continua a vivere sognando il suo ritorno,
a cercarlo negli angoli della stanza,
a domandare dei suoi abiti
e del suo giornale,
e... quando arriva l'estate, domanda del turchese dei suoi occhi
per coprire le sue mani con monete d'oro

*

Saluti...
saluti... a una casa che ci ha insegnato l'amore
e la misericordia,
un saluto ai tuoi fiori bianchi... la gioia di piazza al-Najma.
Saluti al mio letto,
ai miei libri,
ai ragazzini del nostro quartiere,
e a tutti quei muri che abbiamo riempito
con i nostri scarabocchi.
Un saluto ai gatti pigri
che sonnecchiano sul nostro balcone,
e al cespuglio di lillà
arrampicato alla finestra della nostra vicina...                                                                      
Sono passati due anni, madre...
Il volto di Damasco è
un uccello che graffia le nostre coscienze,
morde le nostre tende
e becca dolcemente le nostre dita.
Sono passati due anni, madre,
e le notti di Damasco,
le case di Damasco
ancora dimorano nei nostri pensieri,
i suoi minareti... guidano le nostre vele.
È come se i minareti della moschea omayyade
fossero stati piantati nelle vostre viscere,
come se gli alberi di mele
inondassero di profumo le nostre coscienze,
e le luci e le pietre viaggiassero con noi.

*

È arrivato settembre, madre,
e la tristezza mi porta i suoi doni
lasciando alla mia finestra le sue lacrime e i suoi lamenti.
È arrivato settembre... ma dov'è Damasco?
Dov'è mio padre, dove sono i suoi occhi?
Dov'è la seta del suo sguardo?
Dov'è l'aroma del suo caffé?
Dio benedica la sua tomba!
Dov'è la vastità della nostra grande casa?
Dov'è il suo conforto?
Dove sono i sentieri di mirto
che sorridono negli angoli...
e dov'è la mia infanzia
quando tiravo la coda al gatto,
mangiavo l'uva dalla vite
e raccoglievo le viole...
Damasco, Damasco...                        
poesia scritta sui nostri occhi...
fanciulla che abbiamo crocifisso dalle trecce...
Ci siamo inginocchiati ai suoi piedi,
ci siamo fusi nella sua passione
fino a quando l'abbiamo uccisa con il nostro amore.   

giovedì 16 marzo 2017

Zoé: femminismi, trasversalità e nuda vita

Ai piedi converse. Stivaletti di pelle. Scarpe ordinarie. Scarpe ortopediche. Scarpette misura 10. Generalmente nero e qualche spruzzata generosa di rosa. Non ho mai potuto sopportare quel colore. Ma oggi metto da parte le idiosincrasie personali. "Siamo arrabbiate", tuona il palco. Forse tuonare non è la parola giusta. C'è tanta ironia in questa manifestazione: si parla di discriminazione, di violenza, anche devastante, ma c'è nell'aria un sapore goliardico, anarchico. Si scopre che quella ragazza con i capelli corti corti è stata vittima di plurime violenze sessuali, ma lo racconta senza il minimo (apparente) imbarazzo. Ci si scambia post-it. "Che cos'è il corpo per te?". A gruppo finito, mi avvicino timidamente a leggere le testimonianze, fissate con del nastro adesivo. Il corpo è qualcosa che permette l'espressione di sé stessi: ci si dibatte tra una prigione, qualcosa di pesante nel quale si è confinati, e un'apertura al mondo. Quello stesso corpo che l'industria sessista vuole perfetto, inodore, insapore, incolore, standard, senza cicatrici e rotoli, senza umori, senza escrezioni e senza, soprattutto, desideri.

Qualcosa sta ribollendo. Si utilizzano ancora i termini femminismo e sorellanza, ma si ha sotto mano un laboratorio politico del tutto nuovo: la politica del “soggetto imprevisto” e del desiderio, dell’erotico. Ed ecco riprodursi il sesso femminile, in varie forme, dai poster alla creazione di una Sacra Vulva nella quale la distinzione tra una Madonna orante in processione e l'organo riproduttivo diventa blasfemicamente sfumata. Si vuole restituire al corpo, al nostro corpo, ai corpi degli altri libertà di azione e di creazione svincolata da uno scopo prefissato. Una dimensione che è stata completamente smarrita nel processo di capitalizzazione della società: la nuda vita, come direbbe Agamben, è diventata funzione della produttività e dell’efficienza. Non importa se il nostro corpo non desideri procreare o essere all’interno di determinati canoni—siano essi estetici o di genere—bisogna asservirlo in nome di uno scopo, quello proprio dell’amore romantico, faccia speculare dell’economizzazione e razionalizzazione dell’attività creatrice umana. Un’etica, nel senso weberiano del termine, eteronormativa, che pervade le relazioni sentimentali e sessuali. Relazioni che dovrebbero essere un continuo divenire Altro e confusione dell’Altro nel Sé e che, invece, si dicotomizzano in una differenza incolmabile e, di conseguenza, in una necessaria complementarietà: maschile e femminile, attivo e passivo, senza smentire il buon vecchio cartesianesimo. L’Altro, invece che l’espressione di un’unicità, la stessa unicità anarchica e sovversiva che siamo a nostra volta, diventa una cosa da possedere, un oggetto—del desiderio (che, in tal modo, da desiderio in connessione con il mondo circostante, in una dinamica costante di contaminazione, diviene un desiderio asfittico, chiuso in sé stesso e regolato dalla fredda logica), delle nostre frustrazioni, delle nostre aspettative.

In questa filiera produttiva che ha tanto dell’annientamento, si scalano carriere pensate sempre più in ascesa, curriculum vitae sempre più competitivi e, par contre, vite femminili che, se vogliamo, vivono questa schizofrenia tra vita agognata e vita reale, limitata ma, in quanto tale, estremamente ricca in modo lapalissiano: da una parte il femminile proprio del focolare domestico, sensualissima, amatissima, mansuetissima, dall’altra la donna di successo che deve lavorare tre volte tanto per poter essere apprezzata anche come donna, nell’accezione stereotipica imposta dalla società. Ecco che tornare ai corpi, alla politicizzazione dei bisogni necessari, vitali, come l’erogazione di servizi di salute nel rispetto dello spettro di diversità non coincidente con quello della donna eterosessuale e, possibilmente, bianca, diventa un’operazione di smantellamento dell’efficienza capitalistica. Non si tratta soltanto di una generica lotta alla parità, quanto un ripensamento radicale dei saperi e dell’educazione sui quali il liberalismo economico ha tratto nutrimento e sviluppo.

Si parla tanto, e a ragione, della trasversalità del movimento: la violenza di genere sulle donne è soltanto la spia più evidente della putrefazione di un sistema che non è stato in grado di tenere conto proprio di quella nuda vita che si è cercato di addomesticare e costringere entro camicie di forza. Un sistema che investe le soggettività queer, così come quelle migranti e delle minoranze, nell’accezione più larga del termine. Nascondere tutto questo sotto l’etichetta di “marcia delle donne”, relegare, insomma, la portata rivoluzionaria del movimento ad un “affare per sole donne”, come hanno fatto molti media, significa fare da cassa di risonanza alle evidenti e, ormai, non più difendibili, ineguaglianze del liberismo, neo-liberismo, capitalismo e post-capitalismo. È qualcosa che tocca tutti da vicino e che ci fa capire quanto siamo parte di un tutto unico: non è un caso che questo sistema economico-politico, nonché geo-politico sia accompagnato dalla devastazione delle risorse del nostro pianeta, come naturale prosieguo della compartimentalizzazione della vita come zoé. Sarebbe quindi interessante analizzare i punti in comune tra il movimento che ci ha portati in piazza l’8 Marzo e l’eco-femminismo, una riflessione ancora sconosciuta o poco battuta in Italia. Corpo nel senso fenomenologico come essere-nel-mondo, un corpo-in-relazione e in-comunione, un corpo-in-divenire per il quale il mondo è, al tempo stesso, esperito e manifestato.

Viviamo in tempi di capitalismo omnipervasivo, capace di sussumere tutte le nostre vite, ed in tempi di crisi economica, che ridisegna i confini del successo e del fallimento. Capitalismo e crisi si incontrano e si intrecciano nel paradigma dell’autorealizzazione: abbandonate, apparentemente, le forme di lavoro più classiche ognuna e ognuno di noi dovrebbe investire tutta se stessa in un’attività che non solo gli permetta di sopravvivere, ma che gli dia anche soddisfazione. Questo sarebbe anche un obiettivo auspicabile, ma si scontra con le condizioni materiali che relegano sempre più persone ai margini, schiacciate da promesse che non vengono mai mantenute ma che continuano a illudere. Ed è qui che il fallimento diventa individuale e solitario e le condizioni generali di oppressione e sfruttamento diventano invisibili, mascherate da un’autorealizzazione mancata che colpevolizza ogni soggetto, continuando a isolarlo sempre più. [...] Nella retorica del grande amore sono capitalismo e patriarcato ad incontrarsi e farsi alleati, strutturando la nostra società in modo profondo e pervasivo. Uccidere la propria compagna sentendo di perderla, infatti, non è un gesto folle e imprevedibile, ma l’esplosione, nuda e cruda, di questo intreccio che permette di spostare la propria realizzazione dal mondo del lavoro, dove appare quasi impossibile o dove viene costantemente frustrata, alla coppia perfetta, che volta le spalle a tutto il mondo, e che crea quell’isola di felicità che si vorrebbe inscalfibile. E questo tipo di amore è certamente un amore malato, ma è una patologia patriarcale che si rinforza nella crisi economica e in un capitalismo che fa anche dei sentimenti una merce funzionale e, allo stesso tempo, un altro banco di prova dell’autorealizzazione. La disgregazione progressiva di ogni dimensione collettiva, infatti, non fa che spostare il riconoscimento nel rapporto a due, occhi negli occhi mani nelle mani, che dovrebbe appagare difendendoci da ogni male del mondo (Carlotta Cossutta "Il feticismo dell'amore", da Effimera).

domenica 5 marzo 2017

Carnets de Thèse: racconti di sopravvissute



Tutto comincia con un progetto di tesi. Il desiderio di varcare il limes tra studenti e professori, essere considerate come una di loro. La vita da ricercatrice diventa qualcosa di idealizzato, quel traguardo che ha un sapore quasi da Olimpo. Nessuno però ci ha preparate a quello che seguirà dopo. Un inferno, per alcune un più mite purgatorio ma comunque costellato da paranoie, lavoro sedentario in completa solitudine. La protagonista di Carnets de Thèse sorride di fronte a chi l'avvisa che la convivenza con il suo ragazzo metterà a dura prova il rapporto. In fondo cosa sono tre anni rispetto a una vita intera? Una quisquilia. E invece, appunto, no. Il tuo supervisore della tesi incarna perfettamente il clima che sei costretta a respirare d'ora in avanti: uno spettro, una guida non-guida, che ti sembrerà il più delle volte inutile. Le mail diventano un dispiegarsi delle peggiori paranoie e congetture cervellotiche seconde solo a quelle che avvolgono un innamorato in crisi esistenziale come descritto da Barthes. Ecco che il mito del ricercatore si sgretola: non vi sono certezze, non vi è un livello di sapienza superiore. Ecco che ti viene affidato un corso su una materia che, fino a un momento prima, non conoscevi, se non qualche cosa di superficiale, appreso sui banchi di scuola e sulle aule a gradoni dell'università, un esame da pochi crediti, dato per poter discutere la tesi. 


Questa dimensione fantasmagorica caratterizza anche gli altri aspetti della vita da dottorandi, basti pensare agli interventi alle conferenze. Rivière ricostruisce nei minimi dettagli il colloquio, talmente preciso che può essersi svolto benissimo in Inghilterra, in Italia, in qualsiasi altro paese al di fuori dell'Exagon. Ma perché nessuno fa delle domande sul mio intervento? Preparato con la massima cura e per il quale ho passato i peggiori venti minuti della mia vita, come una nuotatrice in apnea infinita, esso diventa pure parole al vento. Ci incamminiamo tremebonde al buffet, sperando di intercettare almeno qualche commento sul nostro lavoro... E invece no, ci ingozziamo come movimento spontaneo, avulso dalla nostra testa, ora ridotta a un criceto sulla ruota per il continuo rimestare sui repertori peggiori dei nostri incubi altrettanto peggiori.

Diventiamo degli spettri anche per le nostre famiglie, per il nostro ragazzo o la nostra ragazza, se siamo fortunate da avere qualcuno sul quale scaricare tutte le frustrazioni che stiamo passando. La nipotina della protagonista del Carnet candidamente equipara la zia a una bambina cresciuta, in piena crisi da Peter Pan: la tesi diventa una scusa per non assumersi le proprie responsabilità, per frapporre una barriera, una torre d'avorio o una bolla, più o meno impermeabile, tra noi stesse e il mondo. Intanto le altre conoscono persone o consolidano i loro rapporti affettive, vanno avanti, si sposano e fanno figli, costruiscono progetti. Anche se siamo femministe, in qualche modo, gli stereotipi più retrivi si affacciano nel nostro repertorio di mostri: ci sentiamo come delle suore laiche incomprese, in un mondo sempre più felice rispetto a noi.

La nostra vita è come quella in trincea: non c'è un punto di ritorno alla vita che avevamo prima. No. C'è solo uno stress post-traumatico, magari da deridere, magari da compiangere, ma che resta adeso a noi. Cerchiamo di riprendere la vita civile, ma ci è impossibile: si spalanca il periodo ancora più nero del post-dottorato, siamo ormai prese nel vortice autodistruttivo della ricerca, è come una droga di cui non possiamo fare a meno. C'è qualcuna che, a fatica, riesce a tornare, a cambiare la propria vita, dismettere i panni della dottoranda da schematizzazioni compulsive e tabelle di marcia degne dello sfruttamento del primo capitalismo, come, appunto, Tiphaine, che ora si è data al fumetto. Ma i sopravvissuti, è risaputo, non possono non parlare dei propri traumi: una cosa che accomuna l'autrice con la sottoscritta.