giovedì 16 marzo 2017

Zoé: femminismi, trasversalità e nuda vita

Ai piedi converse. Stivaletti di pelle. Scarpe ordinarie. Scarpe ortopediche. Scarpette misura 10. Generalmente nero e qualche spruzzata generosa di rosa. Non ho mai potuto sopportare quel colore. Ma oggi metto da parte le idiosincrasie personali. "Siamo arrabbiate", tuona il palco. Forse tuonare non è la parola giusta. C'è tanta ironia in questa manifestazione: si parla di discriminazione, di violenza, anche devastante, ma c'è nell'aria un sapore goliardico, anarchico. Si scopre che quella ragazza con i capelli corti corti è stata vittima di plurime violenze sessuali, ma lo racconta senza il minimo (apparente) imbarazzo. Ci si scambia post-it. "Che cos'è il corpo per te?". A gruppo finito, mi avvicino timidamente a leggere le testimonianze, fissate con del nastro adesivo. Il corpo è qualcosa che permette l'espressione di sé stessi: ci si dibatte tra una prigione, qualcosa di pesante nel quale si è confinati, e un'apertura al mondo. Quello stesso corpo che l'industria sessista vuole perfetto, inodore, insapore, incolore, standard, senza cicatrici e rotoli, senza umori, senza escrezioni e senza, soprattutto, desideri.

Qualcosa sta ribollendo. Si utilizzano ancora i termini femminismo e sorellanza, ma si ha sotto mano un laboratorio politico del tutto nuovo: la politica del “soggetto imprevisto” e del desiderio, dell’erotico. Ed ecco riprodursi il sesso femminile, in varie forme, dai poster alla creazione di una Sacra Vulva nella quale la distinzione tra una Madonna orante in processione e l'organo riproduttivo diventa blasfemicamente sfumata. Si vuole restituire al corpo, al nostro corpo, ai corpi degli altri libertà di azione e di creazione svincolata da uno scopo prefissato. Una dimensione che è stata completamente smarrita nel processo di capitalizzazione della società: la nuda vita, come direbbe Agamben, è diventata funzione della produttività e dell’efficienza. Non importa se il nostro corpo non desideri procreare o essere all’interno di determinati canoni—siano essi estetici o di genere—bisogna asservirlo in nome di uno scopo, quello proprio dell’amore romantico, faccia speculare dell’economizzazione e razionalizzazione dell’attività creatrice umana. Un’etica, nel senso weberiano del termine, eteronormativa, che pervade le relazioni sentimentali e sessuali. Relazioni che dovrebbero essere un continuo divenire Altro e confusione dell’Altro nel Sé e che, invece, si dicotomizzano in una differenza incolmabile e, di conseguenza, in una necessaria complementarietà: maschile e femminile, attivo e passivo, senza smentire il buon vecchio cartesianesimo. L’Altro, invece che l’espressione di un’unicità, la stessa unicità anarchica e sovversiva che siamo a nostra volta, diventa una cosa da possedere, un oggetto—del desiderio (che, in tal modo, da desiderio in connessione con il mondo circostante, in una dinamica costante di contaminazione, diviene un desiderio asfittico, chiuso in sé stesso e regolato dalla fredda logica), delle nostre frustrazioni, delle nostre aspettative.

In questa filiera produttiva che ha tanto dell’annientamento, si scalano carriere pensate sempre più in ascesa, curriculum vitae sempre più competitivi e, par contre, vite femminili che, se vogliamo, vivono questa schizofrenia tra vita agognata e vita reale, limitata ma, in quanto tale, estremamente ricca in modo lapalissiano: da una parte il femminile proprio del focolare domestico, sensualissima, amatissima, mansuetissima, dall’altra la donna di successo che deve lavorare tre volte tanto per poter essere apprezzata anche come donna, nell’accezione stereotipica imposta dalla società. Ecco che tornare ai corpi, alla politicizzazione dei bisogni necessari, vitali, come l’erogazione di servizi di salute nel rispetto dello spettro di diversità non coincidente con quello della donna eterosessuale e, possibilmente, bianca, diventa un’operazione di smantellamento dell’efficienza capitalistica. Non si tratta soltanto di una generica lotta alla parità, quanto un ripensamento radicale dei saperi e dell’educazione sui quali il liberalismo economico ha tratto nutrimento e sviluppo.

Si parla tanto, e a ragione, della trasversalità del movimento: la violenza di genere sulle donne è soltanto la spia più evidente della putrefazione di un sistema che non è stato in grado di tenere conto proprio di quella nuda vita che si è cercato di addomesticare e costringere entro camicie di forza. Un sistema che investe le soggettività queer, così come quelle migranti e delle minoranze, nell’accezione più larga del termine. Nascondere tutto questo sotto l’etichetta di “marcia delle donne”, relegare, insomma, la portata rivoluzionaria del movimento ad un “affare per sole donne”, come hanno fatto molti media, significa fare da cassa di risonanza alle evidenti e, ormai, non più difendibili, ineguaglianze del liberismo, neo-liberismo, capitalismo e post-capitalismo. È qualcosa che tocca tutti da vicino e che ci fa capire quanto siamo parte di un tutto unico: non è un caso che questo sistema economico-politico, nonché geo-politico sia accompagnato dalla devastazione delle risorse del nostro pianeta, come naturale prosieguo della compartimentalizzazione della vita come zoé. Sarebbe quindi interessante analizzare i punti in comune tra il movimento che ci ha portati in piazza l’8 Marzo e l’eco-femminismo, una riflessione ancora sconosciuta o poco battuta in Italia. Corpo nel senso fenomenologico come essere-nel-mondo, un corpo-in-relazione e in-comunione, un corpo-in-divenire per il quale il mondo è, al tempo stesso, esperito e manifestato.

Viviamo in tempi di capitalismo omnipervasivo, capace di sussumere tutte le nostre vite, ed in tempi di crisi economica, che ridisegna i confini del successo e del fallimento. Capitalismo e crisi si incontrano e si intrecciano nel paradigma dell’autorealizzazione: abbandonate, apparentemente, le forme di lavoro più classiche ognuna e ognuno di noi dovrebbe investire tutta se stessa in un’attività che non solo gli permetta di sopravvivere, ma che gli dia anche soddisfazione. Questo sarebbe anche un obiettivo auspicabile, ma si scontra con le condizioni materiali che relegano sempre più persone ai margini, schiacciate da promesse che non vengono mai mantenute ma che continuano a illudere. Ed è qui che il fallimento diventa individuale e solitario e le condizioni generali di oppressione e sfruttamento diventano invisibili, mascherate da un’autorealizzazione mancata che colpevolizza ogni soggetto, continuando a isolarlo sempre più. [...] Nella retorica del grande amore sono capitalismo e patriarcato ad incontrarsi e farsi alleati, strutturando la nostra società in modo profondo e pervasivo. Uccidere la propria compagna sentendo di perderla, infatti, non è un gesto folle e imprevedibile, ma l’esplosione, nuda e cruda, di questo intreccio che permette di spostare la propria realizzazione dal mondo del lavoro, dove appare quasi impossibile o dove viene costantemente frustrata, alla coppia perfetta, che volta le spalle a tutto il mondo, e che crea quell’isola di felicità che si vorrebbe inscalfibile. E questo tipo di amore è certamente un amore malato, ma è una patologia patriarcale che si rinforza nella crisi economica e in un capitalismo che fa anche dei sentimenti una merce funzionale e, allo stesso tempo, un altro banco di prova dell’autorealizzazione. La disgregazione progressiva di ogni dimensione collettiva, infatti, non fa che spostare il riconoscimento nel rapporto a due, occhi negli occhi mani nelle mani, che dovrebbe appagare difendendoci da ogni male del mondo (Carlotta Cossutta "Il feticismo dell'amore", da Effimera).

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