domenica 30 luglio 2017

La La Land - sformati bruciati ed autocritica generazionale

È una scena che si consuma in un giro di disco, in uno sformato bruciato. Stiamo parlando di La La Land. Una relazione che inizia in un'atmosfera sognante: lui e lei, un obiettivo, diverso ma con modalità simili di affrontarlo. Dopo tante porte sbattute in faccia, il duro confronto con la realtà e con sé stessi.

Questo scambio di sguardi ha uno spessore e una profondità che ti sorprendono. Tanti saggi e tanti analisi non ci sono riusciti con la stessa efficacia. Un musical? Un pamphlet politico? Il lascito di una generazione? La sua imperscrutabilità e inafferrabilità permette un confronto, o, se vogliamo, uno scontro. Da una parte la generazione dei nostri genitori. Anni in cui, è vero, non sapevi se saresti tornato a casa vivo, potevi incappare in una carica della polizia, in un attentato politico, ma con l'idea che tu un posto nella società l'avresti trovato, pur sconquassandola, rivoluzionandola da cima a fondo. E poi ci siamo noi. Noi, che siamo cresciuti con la fine di certi muri e la costruzione di altri, un orizzonte che ci fa credere di essere in tempo di pace, mentre è soltanto una lente molto miope che non ci fa vedere le macchie di sangue intorno. Noi, che arriviamo ai trent'anni senza accorgercene, con cuori infranti sul cammino e sogni nel cassetto violati. Noi, generazione mille euro (quattrocento, in realtà). Noi, cinici fino al midollo. Noi, che ci sentiamo sempre imperfetti rispetto agli altri, fulcro di proiezione delle nostre aspettative e fonte delle pressioni con le quali dobbiamo convivere ogni giorno. E tutto si risolve in una sera d'estate, con una neo-trentenne che ci vede un film generazionale, un film che possono capire solo la generazione dagli anni Ottanta in poi, e una coppia di sessantenni, suoi genitori, che ci vedono, invece, una commedia estremamente americana, votata all'individualismo a discapito dei sentimenti. È tutta qui la differenza: cinico pessimismo, autodistruttività o semplice realismo, da una parte, ragionevole e sudato ottimismo, dall'altra. Una guerra fredda intergenerazionale sobillata da un sistema capitalistico neo-liberista che impedisce un vero e proprio cambio del testimone: non è più l'epoca delle baby pensioni, si lavora fino a quando le forze non sostengono più e, intanto, si lasciano le briciole a chi viene dopo, il quale, comunque, non riesce a trovare sistemi alternativi di affrancamento, in una dipendenza materiale ed immateriale. Noi dipendiamo da loro e loro dipendono da noi.
Un articolo di Slavoj Žižek si parla di La La Land nei termini di una lotta di classe sommersa, tacita, che si esprime attraverso un altissimo indice di introspezione psicologica, di realismo psicologico, come lo definisce Žižek. Un articolo di Christian Raimo mostra--pur non condividendo con lui la superficiale chiusura ottimista sulla scuola italiana--come quest'introspezione psicologica sia quello in cui noi ci rifugiamo. Per un senso di spiccato individualismo, sindrome da figlio unico? Non saprei. E se fosse invece questa spirale di violenza simbolica e concreta che ci infliggono e ci infliggiamo da quando ci siamo laureati? Il fatto di avere, da una parte, la società che ci vedrebbe già accasati, pacificati con noi stessi e con i nostri mostri interiori, dall'altra, un esempio familiare e politico che ci ha trasmesso tutto fuorché stabilità emotiva. Una società che ci etichetta e, al tempo stesso, ci sbarra la strada. "Erano altri tempi". Già. Tempi in cui, certo, facevi la gavetta, ti sudavi il tuo posto, ma con una visione dell'orizzonte nitida. Sapevi dove saresti andato a finire, o, almeno, sapevi che i possibili sbandamenti erano sotto controllo, tutto sommato. Adesso no. Adesso si vive nel qui ed ora. Ed anche i sogni hanno la data di scadenza. Ecco che il progetto di Mia e Sebastian viene compartimentalizzato in una serie di doveri, tra cui inseguire un'utopica stabilità economica.

L'amore ai tempi dell'IKEA. In cui prima o poi bisogna programmare, non ascoltare più il cuore e cercare il più possibile di rimanere a galla. Una curiosità verso l'altro sempre più timida e misurata. Si fanno le cose sotto voce, non credendoci mai in fondo. Sì, è vero, mi sono laureata in xxx, e adesso faccio yyyy, ma allora? Dovrò pur andare avanti, no? Perché ostinarsi in un qualcosa che, sicuramente, sarà fonte di frustrazione? Poniamoci altri obiettivi, non necessariamente giochiamo al ribasso. Ma poi arrivano quelle sere, in cui prendi in mano la tua tisana e ti viene in mente quel viso, quei momenti passati insieme, quella risata. Deglutisci e cerchi di pensare alla situazione di adesso, ai traguardi raggiunti, anche senza quella persona. Traguardi che prima, magari, non avevi neanche. Sono saltati fuori per quale motivo? Non ricordi. Eri troppo impegnata a cercare di contenere il dolore. Quel soffio al cuore che ogni tanto senti ancora, nei momenti più impensabili.
Lo vedo solo io questa dinamica in La La Land? Sono solo io ad avere un dèjà-vu, milioni di telefonate e di conversazioni con amiche ed amici condensate in un centinaio di minuti? Io non ho ancora preso una decisione, per la vita e per La La Land, e forse, sotto sotto, non voglio prenderla. Probabilmente farei come Sebastian: brucerei lo sformato e farei scappare via Mia. 






















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